23 kg di esplosivo, una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta «Compound B», potenziata da 18 kg di gelatinato

La strage di Bologna del 2 agosto 1980 è il tragico epilogo della strategia della tensione in Italia. Morirono 85 persone in transito dalla stazione, ma ancora oggi ci sono molti lati oscuri

“Appena giunto in stazione mi trovai davanti a questo spettacolo che sembrava una scena di guerra, mi ricordai poi di una foto di repertorio della stazione di Bologna centrata da una bomba nel 1943 sul versante opposto, ed era identica”. Con queste parole il fotografo bolognese Paolo Ferrari ha raccontato nel 2015, a 35 anni dalla strage, nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano milanese Corriere della Sera i primi istanti dopo l’esplosione che ha distrutto l’ala est della stazione di Bologna, il 2 agosto 1980.

Quel giorno per molti italiani erano cominciate le ferie estive e Bologna rappresentava, come rappresenta ancora oggi, lo snodo centrale, “il cuore dell’Italia che viaggia” per migliaia di persone pronte a trascorrere le vacanze sulle coste adriatiche o a rientrare verso città come Roma o Napoli. Sempre quel giorno, però, qualcun altro aveva deciso di piazzare e far esplodere 23 chilogrammi di tritolo nella sala d’aspetto della seconda classe uccidendo 85 persone e ferendone altre 200. La deflagrazione fa crollare un tratto dell’edificio lungo 50 metri. Decine di persone rimangono sepolte vive, altre vengono letteralmente fatte a pezzi dalla bomba.

Gli italiani avevano subìto altri attacchi durissimi nel loro recente passato. Attacchi che hanno stravolto e martoriato gli anni Settanta del Novecento. Anni definiti non a caso “di piombo” per descrivere la strategia della tensione in Italia. Il decennio delle stragi, infatti, era cominciato nel 1969 in piazza Fontana a Milano, per poi proseguire lungo tutta la Penisola. Un altro momento terribile che ha colpito la folla anonima, l’Italia della gente comune, dei pendolari si è verificato sempre ad agosto, nel 1974, sempre nel bolognese, sempre lungo l’arteria ferroviaria: è la strage dell’Italicus che ha ucciso 12 persone e causato oltre 100 feriti. Questo periodo storico ha visto nella strage di Bologna del 1980 il suo epilogo più devastante. Il docente di Storia contemporanea Giovanni De Luna ha dichiarato nel corso del programma della Rai Il tempo e la storia che quella di Bologna è una strage che racchiude tutti i fattori della strategia della tensione: la presenza di “neofascisti come manovalanza operativa degli attentati; apparati dello stato deviati, complici o comunque coinvolti; una strage che punta a sparare nel mucchio con l’obiettivo di alimentare il terrore per favorire una svolta autoritaria nel Paese”.

Come in uno scenario di guerra, pompieri, vigili urbani, forze di polizia e tutta la popolazione bolognese, già medaglia d’oro al valor militare nel 1946 per la guerra di liberazione, accorrevano fin dai primi istanti dopo la strage per salvare, anche a mani nude, più vite possibile. Per questo, l’anno successivo – per la precisione il 13 luglio – sul petto dei bolognesi compariva un’altra medaglia d’oro, questa volta al valor civile. A testimonianza e memoria di quel giorno, l’orologio della facciata ovest della stazione è rimasto fermo sull’ora dell’attentato: 10:25 del mattino. Il 6 agosto 1980, quattro giorni dopo la strage, la città onorava le vittime con funerali di stato e una grande manifestazione in piazza Maggiore a cui hanno partecipato circa 100mila persone per dimostrare la loro solidarietà e per protestare contro il terrorismo di ogni colore. Ai funerali c’erano anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini e il sindaco di Bologna Renato Zangheri i quali, durante un breve discorso, chiedono “giustizia e verità”. In particolare Zangheri afferma: “Non si dica che gli attentati sono allora opera solitaria di un gruppo di folli”, consapevole del fatto che non sarebbe stato facile arrivare agli autori, ma soprattutto ai mandanti della strage in una stagione delicatissima per l’Italia. “La prima notizia parlava dello scoppio di una caldaia nel sotterraneo, ma parlando con un amico dei Vigili del fuoco, intesi che si trattava di una bomba”, ha raccontato il fotoreporter Ferrari sempre nel corso dell’intervista al Corriere, “perché c’era l’effetto cosiddetto ‘brisante’: nello scoppio di gas i muri si gonfiano per la pressione, mentre alla stazione tutto era stato letteralmente sbriciolato, proprio per l’effetto della detonazione”.Come in uno scenario di guerra, pompieri, vigili urbani, forze di polizia e tutta la popolazione bolognese, già medaglia d’oro al valor militare nel 1946 per la guerra di liberazione, accorrevano fin dai primi istanti dopo la strage per salvare, anche a mani nude, più vite possibile. Per questo, l’anno successivo – per la precisione il 13 luglio – sul petto dei bolognesi compariva un’altra medaglia d’oro, questa volta al valor civile. A testimonianza e memoria di quel giorno, l’orologio della facciata ovest della stazione è rimasto fermo sull’ora dell’attentato: 10:25 del mattino. Il 6 agosto 1980, quattro giorni dopo la strage, la città onorava le vittime con funerali di stato e una grande manifestazione in piazza Maggiore a cui hanno partecipato circa 100mila persone per dimostrare la loro solidarietà e per protestare contro il terrorismo di ogni colore. Ai funerali c’erano anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini e il sindaco di Bologna Renato Zangheri i quali, durante un breve discorso, chiedono “giustizia e verità”. In particolare Zangheri afferma: “Non si dica che gli attentati sono allora opera solitaria di un gruppo di folli”, consapevole del fatto che non sarebbe stato facile arrivare agli autori, ma soprattutto ai mandanti della strage in una stagione delicatissima per l’Italia.

Nei giorni successivi alla strage di Bologna prendeva piede la matrice neofascista, la pista “nera”. Il 6 febbraio 1981 veniva arrestato Valerio “Giusva” Fioravanti, militante dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar). Fioravanti veniva sospettato di essere uno degli autori materiali della strage alla stazione. Un anno dopo veniva arrestata con la stessa accusa anche la sua compagna Francesca Mambro. Entrambi, pur confessando altri omicidi e delitti politici, si sono sempre dichiarati estranei all’attentato del 2 agosto a Bologna.

Nel frattempo, il primo giugno 1981, veniva costituta l’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, allora presieduta da Torquato Secci, padre di Sergio, un ragazzo che si era da poco laureato al Dams (discipline delle arti, della musica e dello spettacolo) morto nella strage. Negli anni l’associazione ha lottato strenuamente per l’accertamento della verità e contro ogni forma di depistaggio, criticando duramente ritardi e sottovalutazioni. Già perché “al momento dei primi arresti – come si legge sullo stesso sito dell’associazione – avvenne un incontro tra Licio Gelli, gran maestro della loggia massonica P2, ed Elio Cioppa, alto dirigente del Sismi” (l’allora servizio segreto dello stato italiano il cui acronimo sta per “Servizio per le informazioni e la sicurezza militare”) in cui Gelli avrebbe affermato la seguente frase: “State sbagliando tutto, la pista è quella internazionale”.

Il depistaggio nel tentativo di sviare l’attenzione dai veri esecutori è stato poi conclamato dalla sentenza della Corte di Cassazione del 23 novembre 1995 – quindici anni e cinque gradi di giudizio dopo la strage – che a sua volta ha confermato la sentenza d’appello dell’anno precedente in cui Gelli (10 anni di reclusione), il colonnello Giuseppe Belmonte, il generale Pietro Musumeci, insieme al collaboratore del servizio militare Francesco Pazienza, tutti ex agenti del Sismi, erano stati condannati per calunnia aggravata volta ad assicurare l’impunità agli autori della strage. Autori individuati proprio nei neofascisti Fioravanti e Mambro, condannati all’ergastolo in via definitiva. Nonostante la condanna a una pena senza fine, Fioravanti e Mambro hanno goduto dapprima della libertà condizionale e poi sono tornati liberi (nel 2009 lui, nel 2008 lei) secondo quanto previsto dalla legge per buona condotta. Oggi collaborano con l’associazione Nessuno tocchi Caino che si batte per l’abolizione della pena di morte nel mondo.

Diversamente da altri casi di terrorismo, lo stragismo di matrice neofascista è accomunato dall’incapacità della giustizia di fare luce sui moventi e da un’oscurità sulle reali identità dei mandanti “lasciando queste ferite sempre aperte”, secondo De Luna. Per questo motivo, nel 1969 – in occasione della strage di piazza Fontana – veniva coniata l’espressione “strage di stato”, inizialmente con una finalità quasi provocatoria, salvo poi assumere tutt’altro significato visti i legami tra terroristi e servizi segreti. La verità, dunque, è ancora lontana, ma il lavoro degli storici non si ferma nella speranza che prima o poi la rimozione del segreto di stato da molti documenti possa finalmente ricucire lo strappo e sanare le ferite causate dagli anni di piombo. La realtà, per ora, rimane quella forte e vivida delle immagini e dei racconti dei testimoni: “Ho sempre avuto una forza d’animo che mi permetteva di arrivare sugli incidenti riuscendo a estraniarmi, come fossi in un film, perché se mi fossi reso conto veramente di cosa era successo in quel momento, probabilmente non sarei riuscito a continuare”, ha concluso Ferrari. “Mi rendevo conto allora che avevo una grande responsabilità nei confronti della storia e ho solo cercato di essere all’altezza del compito”.

tratto da Lifegate.it

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